GonZo

-Manifesto autografo non autorizzato-

So think before you do what they say

it’s your life so go on your own way

-Sham 69

Il lavoro è semplice: spaccare il culo o farcelo spaccare.

Partire in questo modo non consente fallimento. Il fallimento non è contemplato, il suo miasma marcio non appartiene al mio credo. Credo che la prima cosa che serva sia l’idea, quella germinale fonte di innovazione, questa deve essere nutrita, non frenata.

Siamo i figli della generazione del “puoi fare tutto” e ogni giorno ci siamo battuti e ci battiamo con quell’incoraggiamento quasi fosse una maledizione, e spesso tale si rivela, portandoci al pressappochismo o all’indolenza.

Ci siamo scontrati con la realtà uscendone perdenti o vincenti, sapendo benissimo che l’unica via per continuare era quella di uscirne come guerrieri: affrontando ogni avversità come se fosse l’ultima, senza la paura del fallimento, consci che il nostro impegno è stato totale.

L’incontro con il mondo dell’editoria nasce da una mancanza: la mancanza di una proposta editoriale eterogenea e discorde, la mancanza di movimento nel mondo editoriale, dove il movimento è vibrazione, partecipazione e incontro scontro con il lettore che spesso non ha la possibilità di esporre le proprie idee se non esercitando la propria facoltà di consumatore.

Molte case editrici credono di essere all’avanguardia giustapponendo “prodotto” a “testo” come se ci fosse un bisogno di scusarsi con il lettore scimmia della loro deludente e poco edificante proposta; la vendibilità è un problema si, in Italia abbiamo tante tasse, tanti momenti in cui quel soldino in tasca latita o non è sufficiente ma può questo essere una scusa per pubblicare opere “sicure”?

La risposta è quel barbarico YAWP che Whitman lancia cantando sé stesso e un po’ tutti noi; la risposta è l’espettorare il catarro della sicurezza per sentirci impauriti ma liberi e, con la libertà, la paura si acquieta, lasciandoci consapevoli che, perdonate la tautologia, l’unica alternativa è l’alternativa stessa.

Riempiamo pagine, con le nostre inquietudini e le proponiamo al prossimo per liberarlo dalle sue. Questo è l’atto dello scrittore guerriero.

La parola scritta ha in sé la magia della creazione, ed essere degni di questo non è per tutti, poiché non tutti amano mettersi allo scoperto, sentirsi nudi (mi torna in mente parte di una canzone popolare che non trovo sull’internet, son problemi) in una società dove l’identità è tutto.

Si scrive per sopravvivere, per fare uscire qualcosa da dentro di noi tramite le nostre dita, è un atto magico, un autoesorcismo, questo io lo capisco molto bene e per questo ho tutta la volontà di aiutare coloro che vogliono vivere di questa loro sopravvivenza.

Il mio è un atto di coraggio, ossia l’unico atto possibile, dettato dalla necessità dell’alternativa.

Non chiederò soldi agli autori ma tenterò di darne loro il più possibile, è la cosa giusta.

E la cosa giusta sembra solamente molto difficile.

Firenze 13 Luglio 2016